Rapporto Istat sul Benessere Equo e Sostenibile in Italia (BES 2016) – di Nicoletta Bevilacqua

    Il rapporto BES, di recente pubblicato dall’Istat, ha l’obiettivo di valutare annualmente il progresso della nostra società attraverso le fondamentali dimensioni sociali e ambientali del benessere, corredate da misure di diseguaglianza e sostenibilità.

    Lo studio offre un quadro complessivo dei principali fenomeni sociali, economici e ambientali che caratterizzano il nostro Paese analizzando, attraverso 130 indicatori, il complesso degli aspetti che concorrono alla qualità della vita dei cittadini.

    Health-and-wellbeing

    Si tratta quindi di un contributo conoscitivo molto ampio e articolato, che consente di misurare la multidimensionalità del benessere e del progresso civile e la loro evoluzione nel tempo, anche con un raffronto dei dati disponibili sugli altri paesi UE.

    Alcuni ambiti della ricerca, che considera 12 macro aree tematiche, sono di particolare interesse per cogliere i cambiamenti in atto nella condizione femminile, evidenziando come si stiano modificando le differenze di genere nel nostro Paese.

    Il primo aspetto da considerare riguarda la condizione della salute. Tradizionalmente l’aspettativa di vita è per le donne superiore a quella maschile, anche se negli ultimi anni la differenza si è ridotta: nel 2005 le donne vivevano mediamente 5,4 anni in più degli uomini, mentre nel 2015 questa differenza si è ridimensionata a 4,5 anni.

    La più lunga speranza di vita ha però come corrispettivo una minore speranza di vita in buona salute, maggiormente favorevole per gli uomini (59,2 anni) rispetto alle donne (57,5 anni).

    Ciò nonostante le donne adottano in misura maggiore stili di vita più salutari (fatta eccezione per una più accentuata sedentarietà), limitando l’uso di alcolici e il fumo (nel 2015 la percentuale di fumatori è del 25% a fronte del 15,8% delle fumatrici) e assumendo di più alimenti che contrastano il fenomeno dell’obesità, in maggior misura presente nella popolazione maschile.

    Uno degli ambiti nei quali si registra un progressivo e significativo vantaggio per le donne è rappresentato dalla istruzione e formazione. In un quadro generale in cui l’Italia riduce il forte divario nei confronti del resto d’Europa, sia per l’aumento della quota di persone che conseguono il diploma superiore e la laurea, sia per il ridimensionamento dell’abbandono scolastico, la componente femminile fornisce un contributo rilevante alla qualificazione del capitale umano.

    Nel 2015 il distacco nella quota di diplomati a favore delle donne è di 3,8 punti percentuali e tra i 30-34enni che hanno conseguito la laurea il vantaggio è nello stesso anno pari a 10,8 punti. Le donne, inoltre, presentano un minore abbandono scolastico (11,8% rispetto al 17,5% degli uomini) e denotano sia un migliore livello di competenza alfabetica, sia un maggiore ricorso alla formazione continua.

    Molto diversa appare la situazione per il lavoro. Il contesto generale segnala un miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro e in particolare una ripresa della occupazione nel 2015, ma la distanza con altri paesi europei continua a crescere. L’Italia è penultima con la Croazia, seguita solo dalla Grecia.

    In Italia il divario di genere nella partecipazione al mercato del lavoro resta poi tra i più alti d’Europa.  Nella popolazione tra i 20 e 64 anni, il tasso di occupazione è pari per gli uomini al 70,6% (rispetto al 75,8% della media EU 28 Paesi) mentre per le donne si attesta al 50,6%, rispetto a una media EU 28 del 64,2%. Nello stesso anno, poi, il gap di genere nel nostro Paese quanto a tasso di occupazione è aumentato da 19 a 20 punti percentuali.

    Anche la qualità del lavoro è peggiore dal momento che le donne sono più spesso occupate nel terziario e, soprattutto quelle straniere, in professioni a bassa specializzazione.

    Si è invece ridimensionata lievemente la mancata partecipazione al lavoro, che pure resta elevata: nel 2015 il 26,8% delle donne che intendevano lavorare non ci è riuscito (sul versante maschile tale incidenza è stata pari al 19%).

    Decisamente critici per la condizione femminile sono anche altri indicatori di qualità del lavoro, che segnalano una differenza a sfavore delle donne sia per i lavoratori a termine da almeno 5 anni, (dove il divario di genere è passato da 1,6 a 3,1 punti), sia per il part time involontario (nel 2015 è rimasto pari a più del triplo rispetto a quello degli uomini, con valori pari rispettivamente al 19,4% e al 6,4%).

    Ulteriore elemento di disuguaglianza emerge dal confronto sui livelli di istruzione: il 25,2% delle donne è sovraistruito rispetto al lavoro svolto, mentre tra gli uomini tale condizione è presente nel 22,4% dei casi.

    La differenza di genere si riscontra anche nella asimmetria della ripartizione del lavoro familiare che tuttavia tende a ridursi lievemente negli anni più recenti. Il rapporto BES segnala in proposito che il carico di lavoro svolto in famiglia dalla donna (età 25-44 anni) sul totale svolto dalla coppia in cui entrambi sono occupati, cala dal 71,9% del biennio 2008-2009 al 67% nel 2013-2014. Resta comunque il fatto che le donne hanno un maggior sovraccarico di impegni familiari e lavorativi dal momento che più della metà delle occupate (54,1%) svolge più di 60 ore settimanali di lavoro complessivo, rispetto al 46,6% degli uomini.

    Si può supporre che anche la più limitata possibilità di disporre di tempo libero sia tra i fattori che incidono sulla partecipazione sociale e su quella civica e politica che risulta più ridotta per le donne, soprattutto per quelle adulte e anziane. Altro elemento che influisce è il titolo di studio: se infatti il gap di partecipazione è di circa 20 punti percentuali tra la popolazione di oltre 25 anni in possesso della sola licenza media, tale percentuale si riduce di 9,9 punti considerando le laureate.

    Un significativo elemento di dinamicità è rappresentato dalla crescente presenza politica delle donne nel quadro politico e istituzionale. A livello europeo, dopo le recenti elezioni, l’Italia raggiunge nel 2016 (con una incidenza di poco inferiore al 40% delle elette) una rappresentanza femminile al Parlamento europeo superiore alla media totale (37%).

    Analoga tendenza si riscontra nei Parlamenti nazionali, dove l’aumento delle donne ha determinato un innalzamento della media europea dal 24% nel 2009 al 29% nel 2016. L’Italia supera la quota del 30% di donne elette.

    Diversa appare la situazione nei Consigli regionali, nei quali le donne rappresentano solo il 18%, dato peraltro superiore a quello dell’11% del 2009.

    La normativa in materia di salvaguardia delle quote di genere ha verosimilmente influito sulla presenza femminile negli organi decisionali del nostro Paese dal momento che a ottobre 2016 è in media del 13,3%. In particolare, sono rappresentate nella Autorità della Privacy (tre componenti su quattro); superano il 20% nella Autorità garante della concorrenza, nel CSM, nella Consob e nella Corte costituzionale. Risultano invece molto sottorappresentate nel Corpo diplomatico (6,8%).

    Nella PA, la presenza elevata di donne si riscontra nelle posizioni professionali medio-basse, ma anche per quelle di vertice vi è una certa progressione, come nel caso delle donne prefetto che sono cresciute dall’11,3% del 2004 al 42% del 2014. Nei Ministeri le donne con inquadramento dirigenziale di prima fascia è salita dal 18,1% del 2004 al 34,4% nel 2014. Anche tra i dirigenti medici con incarico di struttura complessa, la percentuale di donne è passata, nello stesso periodo, dal 10,8% al 15%.

    Altro ambito tematico di rilevante interesse indagato dal Rapporto è quello della sicurezza.

    Negli ultimi anni diminuisce la violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne. Ma rimane molto preoccupante che più del 77% degli omicidi di donne (0,5 omicidi nel 2015 ogni centomila donne) sia commesso nella dimensione familiare e di coppia (il 54,7% da un partner o ex partner).

    Diminuisce, soprattutto nelle giovanissime, la preoccupazione di subire violenza sessuale. Nel 2016 la quota di donne preoccupate è pari al 36,2%, mentre tra le donne di 14-19 anni si ridimensiona di 29 punti percentuali.

    Migliora anche per le donne la percezione del benessere soggettivo, delle possibilità offerte dal futuro. Sono il 40% quelle che nel 2015 esprimono soddisfazione.

    Ma tale dato si ridimensiona nel caso della soddisfazione per il tempo libero, che presenta una forte variabilità nelle diverse fasi del ciclo di vita, con un calo progressivo al crescere dell’età.

    Il quadro complessivo che emerge si conferma in chiaroscuro, con una prevalenza ancora forte dei fattori di svantaggio che, a cominciare dal lavoro (o dal non lavoro) penalizzano la condizione femminile e la relegano in una situazione di subalternità, nonostante i marcati progressi registrati in tanti campi, soprattutto nella istruzione e formazione. Il ruolo delle donne appare ancora connotato da tante difficoltà, non solo per le più anziane che patiscono maggiormente una usura psicofisica e un affievolimento dei livelli di soddisfazione nella vita e delle loro prospettive future, ma anche per quelle più giovani, impegnate in misura maggiore degli uomini nel problematico compito di trovare un lavoro, sia pure difficilmente consono alle proprie competenze e aspettative ed adeguatamente retribuito. Come pure a conciliare i carichi familiari con gli impegni di lavoro.

    Sullo sfondo rimane il problema della sicurezza rispetto a forme diverse di violenza che, pur in diminuzione, si configura ancora come una emergenza sociale, meno occultata rispetto al passato ma comunque presente e incombente.

    Certo va valutata positivamente la più diffusa rappresentanza femminile nel contesto politico e istituzionale, a conferma dell’impatto positivo delle normative recenti e di un cambiamento di prospettiva sul contributo che le donne possono dare per lo sviluppo sociale ed economico del Paese.  E’ un segnale importante in quanto evidenzia una discontinuità negli orientamenti della classe politica in merito alla selezione dei decisori pubblici, rendendo accessibili anche alle donne luoghi e spazi determinanti per la definizione e attuazione delle policies. Ma si tratta di un segnale che di per sé non appare sufficiente a far evolvere, come necessario e in tempi sperabilmente non lunghi, la condizione femminile, in linea con quanto avviene nei paesi più progrediti.

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